estate in noir, le copertine

Un’estate in noir

Ho deciso di dedicarla tutta ai gialli, l’estate che sta per finire, come non facevo da un po’. Gialli, noir, polizieschi, thriller, mi sono sempre piaciuti (ho cominciato anche io da bambina con i gialli per ragazzi): liberano la mente, non impegnano in riflessioni esistenziali profonde ma assorbono i pensieri. In genere li alterno ad altre letture, ma stavolta no, volevo proprio sprofondare nel noir. Ed ecco come è andata.

Montalbano, ancora tu

Andrea Camilleri, L'altro capo del filoHo cominciato a fine giugno con l’ultima fatica di Andrea Camilleri L’altro capo del filo. E che dire? Montalbano è come un parente ormai, sarebbe impensabile da parte mia non seguirne le vicende. Anche se lo schema della storia s’è fatto ripetitivo, se la descrizione dei suoi pasti (di tutti, proprio tutti i pasti) è fin troppo minuziosa e puntuale, se i personaggi sono ormai cristallizzati (o forse proprio per questo)… Le avventure di Salvo Montalbano vanno giù rassicuranti come una tisana col miele.

Buona la terza, Monterossi

Alessandro Robecchi, Di rabbia e di ventoL’inzio di luglio l’ho dedicato a Carlo Monterossi, l’autore di programmi televisivi trash dal cuore tenero e con un senso etico inaspettato, plasmato da Alessandro Robecchi e arrivato ormai alla sua terza avventura: Di rabbia e di vento. E direi che con questa terza prova l’autore ha centrato l’obiettivo. Bravo Robecchi! Monterossi con la sua accòlita di personaggi bizzarri, a tratti caricaturali, ha raggiunto la piena maturità espressiva. Il primo e il secondo libro (Questa non è una canzone d’amore e Dove sei stantotte) mi avevano lasciato ancora qualche perplessità. Si leggevano con piacere, ma l’autore sembrava un po’ sulle spine: il personaggio era giusto, la trama avvincente, l’ambientazione intelligente, lo stile originale il tono di voce adeguato, eppure… c’era una certa rigidità, si percepivano l’ansia e la fatica di mantenere tutto in equilibrio costante, di essere all’altezza del modello prestabilito. Soprattutto nel primo romanzo, Questa non è una canzone d’amore. Ho continuato a leggerlo comunque e ho fatto bene: le milanesissime storie di Carlo Monterossi se ne scendono frizzanti come prosecco. E non riesci a smettere.

Ah Rocco, Rocco…

E poi è arrivato Rocco Schiavone, e non ce ne è stato più per nessuno. Il commissario, pardon, vicequestore uscito dalla penna di Antonio Manzini, è ruvido, disincantato, scorretto, maschilista… insomma irresistibile.

Ho tracannato i 5 romanzi usciti finora (Pista nera, La costola di Adamo, Non è stagione, Era di maggio, 7-7-2007) in un’unica e lunga sorsata (prima ancora di scoprire che presto arriveranno in TV), incapace di smettere, fino all’ubriacatura. Le vicende di Rocco Schiavone sono come un amaro, di quelli amarissimi, che ti brucia lo stomaco mentre scende e fa schioccare la lingua. Ma sai che continuerai perché crea dipendenza.

I tormenti di Ricciardi

Maurizio De Giovanni, Serenata senza nomeDopo la sbornia di Schiavone, sono tornata a un vecchio amore: Il commissario Ricciardi, dolente e tormentata creatura di Maurizio De Giovanni, che si aggira per le strade di una Napoli anni ’30, in pieno fascismo. Serenata senza nome è il nono romanzo dedicato al Luigi Alfredo Ricciardi (gli altri sono, nell’ordine: Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti,  Per mano miaVipera,  In fondo al tuo cuore,  Anime di Vetro) e leggerlo vuol dire ritrovare figure ormai familiari, che tornano in ogni storia, aggiungendo ogni volta dettagli della propria umanità. Sono tanti, forse troppi, e non possono trovare tutti uno spazio adeguato in ogni episodio.  Così stavolta di qualcuno ho sentito un po’ la mancanza. Ma alla fine ogni avventura di Ricciardi ti accarezza e ti scalda come un passito di Pantelleria, dolce e avvolgente.

Dulcis in fundo, Simenon

George Simenon, Il passeggero del PolarlysE per finire, un ritorno ai classici. Ho abbandonato gli italiani contemporanei e mi sono rifatta il palato con un buon giallo d’annata: Il passeggero del Polarlys di George Simenon, che è andato giù come un cognac. Ça va sans dire.

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